Seti I - Il grande Egitto

Seti I - Il grande Egitto

La storia ricorda spesso i sovrani che raggiungono l’apice di un’epoca. Molto meno frequentemente ricorda coloro che hanno reso possibile quell’apice.

Quando si pensa alla XIX dinastia egizia, un nome tende inevitabilmente a dominare tutti gli altri: Ramses II. Il faraone dei grandi templi, delle statue colossali e della battaglia di Qadesh avrebbe governato l’Egitto per oltre sessant’anni, lasciando una quantità di monumenti tale da diventare uno dei sovrani più celebri dell’intera antichità.

Ma prima di Ramses ci fu suo padre.

Seti I.

E senza il regno di Seti, probabilmente, anche quello di Ramses II sarebbe stato molto diverso.

Seti salì al trono intorno al 1294 a.C., all’inizio della XIX dinastia. Suo padre, Ramses I, aveva avuto un regno molto breve ed era stato scelto come successore dal faraone Horemheb, ultimo sovrano della XVIII dinastia, che non possedeva eredi diretti.

L’Egitto che la nuova famiglia reale ereditava portava ancora le conseguenze di uno dei periodi più turbolenti della propria storia.

Pochi decenni prima Akhenaton aveva tentato di trasformare radicalmente la religione egizia attraverso il culto di Aton. Dopo la sua morte, Tutankhamon, Ay e soprattutto Horemheb avevano avviato il ritorno all’ordine tradizionale.

Ma restaurare la stabilità interna non significava automaticamente recuperare tutto ciò che l’Egitto aveva perduto.

Durante le difficoltà della fine della XVIII dinastia, l’influenza egizia su alcune regioni del Levante si era indebolita, mentre una nuova grande potenza aveva esteso la propria presenza: l’Impero ittita.

Seti I ereditò quindi un Paese nuovamente stabile, ma chiamato a riaffermare la propria posizione internazionale.

E decise di farlo con le armi.

Le iscrizioni e i rilievi del suo regno raccontano diverse campagne militari condotte in aree strategiche del Vicino Oriente e lungo i confini egizi. Seti intervenne in Canaan, combatté popolazioni che minacciavano le vie di comunicazione e cercò di riportare sotto l’influenza egizia territori che erano progressivamente sfuggiti al controllo dei faraoni.

Uno dei suoi obiettivi più importanti fu la Siria.

Qui l’espansione egizia entrava direttamente in contatto con quella ittita.

Seti riuscì a raggiungere anche Qadesh, città strategica sull’Oronte destinata a diventare poco tempo dopo il teatro dello scontro più famoso del regno di suo figlio Ramses II.

Il controllo ottenuto da Seti non sarebbe stato definitivo. Gli Ittiti continuarono a rappresentare il grande rivale dell’Egitto nella regione e Qadesh tornò nella loro sfera d’influenza.

Ma il messaggio politico era chiaro.

L’Egitto era tornato.

Seti non voleva semplicemente difendere ciò che possedeva. Voleva riaffermare l’immagine del faraone come sovrano guerriero capace di mantenere l’ordine dentro e fuori i confini del regno.

Le scene militari realizzate sui monumenti mostrano il faraone mentre combatte i nemici dell’Egitto, conduce prigionieri e riceve la vittoria dagli dèi.

Come sempre nell’arte ufficiale egizia, queste immagini non devono essere interpretate come fotografie degli avvenimenti.

Erano propaganda.

Ma proprio per questo ci raccontano qualcosa di fondamentale: l’immagine che Seti voleva costruire del proprio regno.

Il faraone era tornato a essere il difensore dell’ordine.

E la restaurazione non avvenne soltanto sui campi di battaglia.

Seti I fu anche uno dei grandi costruttori dell’Egitto faraonico.

Il suo nome è legato soprattutto allo straordinario tempio di Abydos, uno dei monumenti più affascinanti dell’intera civiltà egizia.

Abydos era un luogo sacro da tempi antichissimi, profondamente associato al culto di Osiride, dio della morte, della rinascita e dell’aldilà. Qui Seti fece costruire un grande tempio destinato al culto di diverse importanti divinità e alla celebrazione della regalità.

Le decorazioni raggiungono una qualità artistica eccezionale.

Ancora oggi i rilievi del tempio di Seti I vengono considerati tra gli esempi più raffinati dell’arte egizia del Nuovo Regno: figure eleganti, incisioni profonde e una precisione capace di restituire un’impressione di straordinaria armonia.

All’interno dello stesso complesso si trova anche una delle testimonianze più celebri per la ricostruzione della storia egizia.

La Lista Reale di Abydos.

Seti e il giovane Ramses vengono rappresentati davanti a una lunga successione di nomi di faraoni del passato. Non è una lista completa: alcuni sovrani considerati illegittimi o problematici vengono deliberatamente esclusi.

Tra gli assenti troviamo Akhenaton e altri governanti legati al periodo amarniano.

Questa omissione è significativa.

Seti non stava semplicemente ricordando il passato.

Stava scegliendo quale passato ricordare.

Dopo la rivoluzione religiosa di Akhenaton, la monarchia egizia aveva bisogno di riaffermare la continuità con la tradizione precedente. La lista di Abydos diventava quindi anche uno strumento politico: Seti si presentava come erede legittimo di una storia antichissima, dalla quale le parentesi considerate eretiche venivano eliminate.

Il faraone contribuì inoltre ai lavori nel grande complesso templare di Karnak, dove fece realizzare parte della spettacolare Sala Ipostila, successivamente completata e decorata anche sotto Ramses II.

Enormi colonne si innalzavano come una foresta di pietra all’interno del tempio di Amon.

Era l’esatto opposto del mondo che Akhenaton aveva tentato di costruire pochi decenni prima.

Gli antichi dèi erano tornati.

E Seti stava contribuendo a rendere visibile quella restaurazione attraverso l’architettura.

Anche la sua tomba testimonia la grandezza del regno.

La sepoltura di Seti I, identificata nella Valle dei Re come KV17, è una delle tombe più grandi, profonde e riccamente decorate dell’intera necropoli reale.

Le sue pareti sono ricoperte da testi e immagini legati al viaggio del faraone nell’aldilà. Divinità, formule funerarie e rappresentazioni cosmologiche accompagnano simbolicamente Seti verso la rinascita.

Quando la tomba venne scoperta nel 1817 da Giovanni Battista Belzoni, suscitò enorme impressione per la qualità e l’estensione delle decorazioni.

Ma il corpo del faraone non era più lì.

Come accadde a numerosi sovrani del Nuovo Regno, la mummia di Seti era stata trasferita nell’antichità per proteggerla dai saccheggiatori. Venne ritrovata molti secoli dopo nella celebre cachette reale di Deir el-Bahari.

Il volto conservato della mummia di Seti I è ancora oggi una delle immagini più impressionanti che ci siano giunte dall’antico Egitto.

Non perché possa raccontarci davvero il carattere dell’uomo, ma perché riduce improvvisamente la distanza di oltre tremila anni.

Dietro i titoli, i templi e le scene di battaglia c’era una persona.

Seti non ebbe il tempo di costruire una leggenda paragonabile a quella del figlio.

Il suo regno durò molto meno di quello di Ramses II.

Eppure proprio durante quegli anni vennero poste molte delle fondamenta sulle quali il successore avrebbe costruito la propria immagine.

Ramses crebbe accanto a un padre impegnato nelle campagne militari, nella costruzione di monumenti e nella restaurazione dell’autorità egizia. Ancora giovane venne progressivamente introdotto alla vita politica e militare.

Quando salì al trono, non ereditò un regno da ricostruire.

Ereditò un regno che suo padre aveva già rimesso in movimento.

È forse questa la ragione per cui Seti I merita di essere ricordato indipendentemente dalla fama di Ramses II.

Non fu semplicemente “il padre di Ramses”.

Fu il faraone che contribuì a consolidare la XIX dinastia, riaffermò la presenza egizia nel Levante, affrontò l’espansione ittita, costruì alcuni dei monumenti più raffinati del Nuovo Regno e continuò il processo attraverso cui l’Egitto cercò di ricucire la propria identità dopo la rivoluzione amarniana.

Alcuni sovrani vengono ricordati perché cambiano il mondo che hanno ricevuto.

Altri perché lo conquistano.

Seti I appartiene a una categoria diversa.

Ricevette un Egitto che stava cercando di ritrovare se stesso e contribuì a restituirgli sicurezza, ambizione e grandezza.

Poi consegnò quel regno a suo figlio.

E Ramses II lo avrebbe trasformato in leggenda.

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