Quasi quattromila anni fa, un sovrano babilonese fece incidere nella pietra una lunga raccolta di decisioni giuridiche.
Omicidi, matrimoni, commerci, debiti, proprietà, lavoro, eredità, salari, responsabilità professionali.
La vita di una società intera sembra emergere da quelle righe.
Il nome del re era Hammurabi.
E quella stele sarebbe diventata uno dei documenti più famosi dell’intera storia antica.
Ma Hammurabi non fu semplicemente “l’uomo del codice”.
Fu un conquistatore.
Un amministratore.
Un costruttore.
E soprattutto il sovrano che trasformò Babilonia da potenza regionale a centro di uno dei più importanti regni della Mesopotamia.
Hammurabi regnò nel XVIII secolo a.C., durante quella fase della storia mesopotamica che gli studiosi definiscono periodo paleo-babilonese.
Quando salì al trono, Babilonia era già importante.
Ma non dominava ancora tutta la Mesopotamia.
Il territorio era diviso tra diversi regni e città.
Larsa controllava gran parte del sud.
Eshnunna esercitava la propria influenza a est.
Mari era una grande potenza sull’Eufrate.
Più a nord e nelle regioni circostanti esistevano altri sovrani, alleanze e rivalità.
Hammurabi entrò in questo sistema come uno dei tanti re.
Ne sarebbe uscito come uno dei più potenti.
I primi anni del suo regno furono dedicati non soltanto alla guerra, ma anche alla costruzione e all’amministrazione.
Le iscrizioni ricordano interventi su mura, templi e soprattutto canali.
In Mesopotamia governare l’acqua significava governare la vita.
L’agricoltura dipendeva da sistemi di irrigazione complessi.
Un canale mantenuto correttamente poteva rendere fertile un territorio.
Uno trascurato poteva provocare danni enormi.
Il re doveva quindi essere anche colui che garantiva l’ordine materiale del Paese.
Questa idea ritornerà continuamente nella rappresentazione che Hammurabi farà di se stesso.
Il sovrano non è soltanto colui che conquista.
È colui che mette ordine.
Ma quell’ordine dovette essere costruito anche con le armi.
Hammurabi utilizzò alleanze temporanee, diplomazia e campagne militari con notevole abilità.
I rapporti tra i regni mesopotamici erano estremamente fluidi.
Un alleato di oggi poteva diventare il nemico di domani.
Hammurabi seppe muoversi in questo mondo.
Progressivamente affrontò e sconfisse i principali rivali.
Larsa cadde.
Eshnunna venne neutralizzata.
Anche Mari, che per un periodo era stata alleata di Babilonia, finì sotto il suo controllo.
La sorte di Mari è particolarmente significativa.
La città possedeva un magnifico palazzo reale e un archivio di migliaia di tavolette che, ritrovate dagli archeologi, sono diventate una fonte straordinaria per comprendere la politica e la diplomazia dell’epoca.
Hammurabi conquistò la città.
Successivamente Mari venne distrutta.
Babilonia era ormai la principale potenza della Mesopotamia.
Il nome della città, destinato nei secoli successivi a diventare quasi sinonimo dell’intera regione, acquistò durante il suo regno un prestigio completamente nuovo.
Eppure, per il mondo moderno, tutta questa espansione militare è stata oscurata da una pietra.
Una stele alta più di due metri.
Oggi conservata al Louvre.
Nella parte superiore è raffigurato Hammurabi davanti al dio Shamash, divinità solare profondamente associata alla giustizia.
Sotto l’immagine corre una lunga iscrizione in caratteri cuneiformi.
È ciò che chiamiamo comunemente Codice di Hammurabi.
Il nome è efficace.
Ma può essere fuorviante.
Non si tratta di un codice legislativo nel senso moderno, come se Hammurabi avesse creato improvvisamente tutte le leggi del proprio regno e le avesse raccolte in un unico volume destinato ai tribunali.
La Mesopotamia possedeva tradizioni giuridiche molto più antiche.
Esistevano precedenti raccolte di leggi e numerose pratiche giuridiche continuavano a dipendere da consuetudini, documenti e decisioni locali.
La stele di Hammurabi raccoglie circa 282 disposizioni o decisioni formulate spesso secondo una struttura condizionale.
Se accade questo, allora avverrà questo.
Attraverso queste situazioni possiamo osservare problemi concretissimi.
Quanto deve essere pagato un lavoratore?
Cosa accade se una casa costruita male crolla?
Come si regolano debiti e prestiti?
Quali diritti e obblighi esistono all’interno della famiglia?
Come vengono puniti furto, violenza o falsa testimonianza?
Le risposte non corrispondono alla nostra idea moderna di giustizia.
La società descritta dalla stele è profondamente gerarchica.
La pena può cambiare in base alla posizione sociale della persona coinvolta.
Uomini liberi, persone appartenenti a categorie subordinate e schiavi non sono trattati nello stesso modo.
Anche il celebre principio spesso riassunto con l’espressione “occhio per occhio” deve essere inserito all’interno di questo sistema.
La legge non rende tutti uguali.
Regola una società che considera le differenze di rango perfettamente naturali.
Ed è proprio questo a rendere il documento così importante.
Non dobbiamo leggerlo per trovare una forma embrionale della nostra società.
Dobbiamo leggerlo per entrare nella loro.
Il mondo di Hammurabi emerge dalle sue leggi.
Vediamo mercanti.
Agricoltori.
Medici.
Costruttori.
Locandieri.
Famiglie.
Debitori.
Proprietari di terre.
Schiavi.
Soldati.
Donne che possiedono beni, contraggono matrimoni, affrontano divorzi o questioni ereditarie all’interno di regole che possono proteggerle in alcuni casi e limitarle duramente in altri.
È un’intera civiltà che appare attraverso i problemi che deve risolvere.
La stele possiede però anche un fortissimo significato politico.
Nel prologo e nell’epilogo Hammurabi si presenta come il sovrano scelto dagli dèi per stabilire la giustizia, proteggere i deboli e impedire ai potenti di opprimerli.
Naturalmente è l’immagine che il re vuole dare di sé.
È propaganda.
Ma è una propaganda estremamente interessante.
Perché ci racconta cosa un sovrano mesopotamico riteneva necessario affermare per essere considerato legittimo.
Non bastava essere forte.
Il buon re doveva essere giusto.
Doveva costruire templi.
Mantenere i canali.
Proteggere il Paese.
Punire chi violava l’ordine.
La giustizia diventava parte della regalità.
Ed è probabilmente in questa dimensione che dobbiamo comprendere la grande stele.
Non soltanto come un manuale per giudici.
Ma come monumento.
Hammurabi voleva che la propria idea di governo venisse scolpita nella pietra.
La storia della stele, però, non terminò con lui.
Secoli dopo venne portata via da Babilonia come bottino di guerra e trasferita a Susa, nell’attuale Iran.
È lì che gli archeologi francesi la ritrovarono all’inizio del XX secolo.
Quando il testo venne tradotto, il nome di Hammurabi tornò improvvisamente al centro dell’attenzione mondiale.
Un sovrano morto quasi quattromila anni prima venne presentato come uno dei grandi legislatori dell’umanità.
La definizione non è completamente sbagliata.
Ma rischia di semplificare la sua figura.
Hammurabi non inventò il diritto.
Non fu il primo sovrano della Mesopotamia a raccogliere disposizioni giuridiche.
E il suo regno non sopravvisse intatto per secoli dopo la sua morte.
Suo figlio Samsu-iluna ereditò un territorio difficile da mantenere.
Ribellioni e pressioni esterne avrebbero progressivamente ridimensionato il dominio babilonese.
L’impero personale di Hammurabi era stato costruito troppo rapidamente per rimanere immutato.
Ma Babilonia non scomparve.
Anzi.
Nei secoli successivi sarebbe diventata una delle città più importanti dell’intero Vicino Oriente.
Altri sovrani avrebbero governato da lì.
Altre dinastie sarebbero sorte e cadute.
Molto tempo dopo, Nabucodonosor II avrebbe trasformato la città in una metropoli leggendaria.
Hammurabi apparteneva a un’epoca molto precedente.
Ma aveva contribuito a porre Babilonia al centro della storia mesopotamica.
E forse questo è il modo migliore per ricordarlo.
Un conquistatore diventato famoso per una legge.
Un re che estese il proprio dominio con gli eserciti, ma volle essere rappresentato davanti agli dèi come garante della giustizia.
Quasi quattromila anni dopo, il suo impero non esiste più.
La pietra sulla quale fece incidere il proprio nome, invece, continua a parlare.