Gilgamesh- la ricerca dell’immortalità

Gilgamesh- la ricerca dell’immortalità

Prima di Achille. Prima di Odisseo. Prima che venissero scritte molte delle storie che ancora oggi consideriamo all’origine della letteratura occidentale, in Mesopotamia qualcuno raccontava già la storia di un re abbastanza potente da sfidare uomini, mostri e dèi, ma incapace di vincere il nemico che accomuna ogni essere umano: la morte.

Il suo nome era Gilgamesh.

La sua figura occupa un posto particolare nella storia. Gilgamesh non appartiene soltanto al mito: potrebbe essere esistito realmente. La Lista Reale Sumerica lo ricorda come sovrano di Uruk, una delle più importanti città della Mesopotamia, e la tradizione colloca il suo regno nel III millennio a.C., probabilmente intorno al XXVII secolo a.C. Non possediamo però testimonianze sufficienti per ricostruirne una vera biografia.

Il possibile re storico scompare così quasi immediatamente dietro qualcosa di molto più grande: il Gilgamesh della leggenda.

Le prime storie che lo riguardano nacquero nel mondo sumero e furono successivamente riprese, trasformate e riunite nel corso dei secoli. Da questa lunghissima tradizione sarebbe emersa quella che oggi chiamiamo Epopea di Gilgamesh, conservata in diverse versioni e divenuta una delle più antiche grandi opere letterarie conosciute dall’umanità.

All’inizio del racconto Gilgamesh non è l’eroe saggio che potremmo aspettarci.

È il potentissimo re di Uruk, descritto come per due terzi divino e per un terzo umano. Possiede forza, bellezza e capacità fuori dal comune, ma governa con arroganza e opprime i propri sudditi. Il suo potere sembra non conoscere limiti.

Gli abitanti di Uruk chiedono allora aiuto agli dèi.

La risposta prende il nome di Enkidu.

Creato dalla dea Aruru, Enkidu nasce lontano dalla città e vive inizialmente nella natura, insieme agli animali. È forte, selvaggio e completamente estraneo alla civiltà degli uomini. Attraverso l’incontro con Shamhat, una donna legata al tempio, entra progressivamente nel mondo umano: scopre il cibo, le bevande, gli abiti e infine la società.

Quando viene a conoscenza del comportamento di Gilgamesh decide di affrontarlo.

I due si incontrano e combattono.

È uno scontro tra due uomini di forza eccezionale, ma ciò che accade dopo è molto più importante della vittoria di uno dei contendenti. Gilgamesh ed Enkidu riconoscono l’uno nell’altro qualcuno che finalmente può essere considerato un proprio pari.

Diventano amici.

Quell’amicizia cambierà entrambi e diventerà il vero centro dell’intera epopea.

Gilgamesh, che fino a quel momento aveva utilizzato la propria forza soprattutto per affermare il proprio dominio, desidera ora compiere imprese degne di essere ricordate. Insieme a Enkidu decide di raggiungere la Foresta dei Cedri, territorio protetto dal terribile Humbaba, guardiano posto lì dal dio Enlil.

L’impresa è pericolosa, ma Gilgamesh vuole conquistare qualcosa che la morte non possa cancellare: un nome eterno.

I due eroi raggiungono la foresta e affrontano Humbaba. Con l’aiuto divino riescono a sconfiggerlo e infine lo uccidono, nonostante il guardiano implori di essere risparmiato.

È una vittoria.

Ma nel mondo di Gilgamesh ogni vittoria ha un prezzo.

Dopo il ritorno a Uruk, la dea Ishtar rimane affascinata da Gilgamesh e gli propone di diventare suo amante. Il re rifiuta e, soprattutto, le ricorda il destino terribile toccato a molti dei suoi precedenti amanti.

Ishtar, umiliata e furiosa, chiede al padre Anu di inviare contro Uruk il Toro Celeste.

Gilgamesh ed Enkidu affrontano anche questa creatura e riescono a ucciderla.

Hanno sconfitto ancora una volta qualcosa che sembrava invincibile.

Ma questa volta gli dèi decidono che hanno superato il limite.

Humbaba è morto. Il Toro Celeste è stato ucciso. Qualcuno deve pagare.

E sarà Enkidu.

L’uomo che era nato nella natura, che aveva scoperto la civiltà e trovato in Gilgamesh un fratello, si ammala. Comprende che sta per morire e attraversa momenti di rabbia, disperazione e paura.

Poi la morte arriva.

Per Gilgamesh è un trauma devastante.

Il grande re che aveva affrontato mostri e creature divine scopre improvvisamente qualcosa contro cui la forza non serve.

Il corpo di Enkidu rimane immobile davanti a lui.

Gilgamesh lo piange, rifiuta quasi di accettarne la morte e osserva ciò che sta accadendo al corpo dell’amico. Ed è proprio allora che comprende una verità che fino a quel momento aveva potuto ignorare.

Se Enkidu è morto, anche lui morirà.

Da questo momento l’Epopea di Gilgamesh cambia completamente.

Non è più la storia di un re alla ricerca della gloria.

Diventa la storia di un uomo terrorizzato dalla propria mortalità.

Gilgamesh abbandona Uruk e parte alla ricerca di una risposta. Vuole trovare Utnapishtim, un uomo al quale gli dèi hanno concesso la vita eterna. Se esiste qualcuno che ha sconfitto la morte, Gilgamesh vuole conoscere il suo segreto.

Il viaggio lo porta oltre i confini del mondo conosciuto.

Attraversa montagne sorvegliate da esseri mostruosi, percorre regioni avvolte nell’oscurità e incontra Siduri, una figura misteriosa legata a una taverna ai margini del mondo. Ma Gilgamesh continua.

Alla fine riesce a raggiungere Utnapishtim.

Ed è qui che l’epopea introduce uno dei racconti più sorprendenti dell’intera tradizione mesopotamica.

Utnapishtim racconta a Gilgamesh di un tempo in cui gli dèi decisero di sterminare l’umanità attraverso un enorme diluvio. Avvertito segretamente dal dio Ea, costruì una grande imbarcazione, vi fece salire la propria famiglia, animali e beni necessari alla sopravvivenza e riuscì così a salvarsi dalle acque.

Terminato il diluvio, gli dèi concessero a lui e a sua moglie un destino eccezionale: vivere lontani dagli uomini e non conoscere la morte come gli altri esseri umani.

Le somiglianze tra questo racconto e altre tradizioni del diluvio che sarebbero apparse nel Vicino Oriente antico hanno reso questa parte dell’Epopea di Gilgamesh una delle più studiate in assoluto.

Ma ciò che interessa Gilgamesh è una sola cosa.

Come può diventare immortale?

Utnapishtim decide di metterlo alla prova. Se Gilgamesh vuole superare la condizione umana, deve prima riuscire a vincere qualcosa di molto più semplice della morte: il sonno.

Deve rimanere sveglio per sei giorni e sette notti.

Gilgamesh si addormenta quasi immediatamente.

La risposta è crudele nella sua semplicità. L’uomo che pretende di vincere la morte non riesce nemmeno a impedire al proprio corpo di addormentarsi.

Eppure, prima che riparta, gli viene concessa un’ultima possibilità.

Utnapishtim gli rivela l’esistenza di una pianta capace di restituire la giovinezza. Gilgamesh riesce a recuperarla dalle profondità delle acque e, per un momento, sembra aver finalmente trovato ciò che cercava.

Non intende neppure utilizzarla immediatamente per se stesso. Vuole portarla a Uruk, provarne gli effetti su un uomo anziano e poi condividerne il potere.

Durante il viaggio di ritorno, però, Gilgamesh si ferma a fare il bagno.

Un serpente sente il profumo della pianta.

Si avvicina.

La prende.

E scompare, cambiando la propria pelle mentre si allontana.

Gilgamesh rimane senza nulla.

Ha attraversato il mondo. Ha affrontato pericoli impossibili. Ha trovato l’unico uomo reso immortale dagli dèi. Ha persino tenuto tra le mani qualcosa capace di restituire la giovinezza.

E alla fine è esattamente ciò che era quando è partito.

Un uomo destinato a morire.

È qui, però, che si nasconde il vero significato del viaggio.

Gilgamesh ritorna a Uruk.

E quando si avvicina alla città osserva le sue mura.

Quelle mura erano già apparse all’inizio dell’epopea. Ora, però, hanno un significato completamente diverso.

Gilgamesh comprende che l’immortalità che cercava non appartiene al corpo umano. Non può impedire alla morte di arrivare. Può però costruire, governare, lasciare qualcosa dietro di sé. Può fare in modo che il proprio passaggio nel mondo continui a essere ricordato quando lui non ci sarà più.

Il re che voleva vivere per sempre impara così ad accettare ciò che significa essere uomo.

Ed è forse questa la ragione per cui la sua storia continua a colpire ancora oggi.

Gilgamesh nasce in un mondo lontanissimo dal nostro. Le città della Mesopotamia adoravano dèi i cui templi sono ormai rovine, parlavano lingue scomparse e vivevano secondo società profondamente diverse dalla nostra.

Eppure la domanda che tormenta il loro eroe è rimasta identica.

Che cosa resta di noi quando moriamo?

Gilgamesh cerca la risposta nella forza, nella gloria, nel viaggio e persino nell’immortalità fisica. Fallisce ogni volta.

Solo alla fine comprende che forse stava cercando nel posto sbagliato.

Non sappiamo quanto del Gilgamesh letterario conservi il ricordo di un sovrano realmente esistito a Uruk quasi cinquemila anni fa. La storia e il mito si sono intrecciati troppo profondamente per poterli separare del tutto.

Ma esiste un’ironia straordinaria nel destino di questo personaggio.

Gilgamesh attraversò il mondo cercando disperatamente un modo per non essere dimenticato.

Non trovò l’immortalità.

Eppure, migliaia di anni dopo, conosciamo ancora il suo nome.

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