Nessun eroe della mitologia greca possiede la forza di Eracle.
Ma è proprio questa affermazione, apparentemente così semplice, a nascondere il vero significato della sua storia.
Perché Eracle non è soltanto l’uomo capace di strangolare il leone di Nemea, affrontare l’Idra di Lerna o sostenere persino il peso del cielo.
È un uomo che soffre.
Sbaglia.
Perde ciò che ama.
E deve compiere imprese impossibili non per conquistare gloria, almeno inizialmente, ma per espiare una colpa terribile.
È questa contraddizione ad aver trasformato Eracle nel più grande eroe della tradizione greca.
Figlio di Zeus e della mortale Alcmena, Eracle nasce dall’ennesima unione del sovrano degli dèi con una donna umana. Secondo il mito, Zeus assume l’aspetto di Anfitrione, marito di Alcmena, mentre quest’ultimo è lontano da casa.
Da quell’unione nasce un bambino destinato a possedere una forza fuori dal comune.
Ma insieme alla forza eredita anche un nemico.
Era.
La moglie di Zeus vede nel bambino l’ennesimo simbolo dell’infedeltà del marito e la sua ostilità accompagnerà Eracle per gran parte della vita.
La persecuzione comincia quando è ancora nella culla.
Secondo una delle tradizioni più celebri, Era invia due serpenti per uccidere il bambino. Eracle li afferra con le proprie mani e li strangola.
È soltanto un neonato.
Ma il mito ha già mostrato ciò che diventerà.
Crescendo, Eracle riceve l’educazione riservata a un giovane eroe. Impara a combattere, utilizzare le armi e affrontare le prove che il mondo aristocratico greco associa al valore.
La sua forza, però, è qualcosa di eccezionale.
E non sempre riesce a controllarla.
Le tradizioni sulla sua giovinezza contengono già episodi nei quali l’impulsività e la potenza fisica diventano pericolose. Eracle non è un eroe perfettamente equilibrato.
Dentro di lui convivono grandezza e violenza.
Dopo diverse imprese, sposa Megara, figlia del re di Tebe, e costruisce con lei una famiglia.
Per un momento sembra aver raggiunto una vita normale.
Poi arriva la tragedia.
Era colpisce Eracle con la follia.
In preda al delirio, l’eroe non riconosce più ciò che ha davanti e uccide i propri figli. Le diverse tradizioni antiche non concordano su ogni dettaglio dell’episodio e sul destino di Megara, ma il nucleo della vicenda rimane terribile.
Quando Eracle torna in sé, comprende ciò che ha fatto.
La forza che gli aveva permesso di sconfiggere qualsiasi avversario non può restituirgli ciò che ha distrutto.
È da questa colpa che nasce, nella versione più conosciuta del mito, il cammino delle celebri fatiche.
Eracle deve servire il re Euristeo di Micene e compiere una serie di imprese considerate impossibili.
Inizialmente le prove avrebbero dovuto essere dieci.
Diventeranno dodici.
La prima conduce Eracle a Nemea.
Qui vive un leone mostruoso la cui pelle non può essere penetrata dalle normali armi. Frecce e lame risultano inutili.
Eracle deve quindi affrontarlo direttamente.
Lo strangola con la propria forza e successivamente utilizza gli artigli della stessa bestia per scuoiarne il corpo. Da quel momento la pelle del Leone di Nemea diventa uno degli attributi più riconoscibili dell’eroe.
La seconda impresa lo porta contro l’Idra di Lerna.
È una creatura serpentiforme dotata di molte teste. Tagliarne una non risolve il problema: nuove teste crescono al suo posto.
La forza, questa volta, non basta.
Eracle ha bisogno dell’aiuto di Iolao, che cauterizza i colli della creatura impedendo alle teste di rigenerarsi. Alla fine l’eroe sconfigge l’Idra e immerge le proprie frecce nel suo veleno.
Quelle frecce diventeranno un’arma terribile.
E molti anni più tardi contribuiranno anche alla sua morte.
Le prove continuano.
Eracle deve catturare la Cerva di Cerinea senza ucciderla, catturare il Cinghiale di Erimanto e ripulire in un solo giorno le immense stalle del re Augia.
Per riuscirci non utilizza soltanto i muscoli.
Devia il corso di fiumi affinché le acque attraversino le stalle e portino via anni di sporcizia.
Ancora una volta il mito mostra che la caratteristica di Eracle non è semplicemente la forza.
È la capacità di trovare una soluzione a ciò che sembra impossibile.
Affronta poi gli Uccelli del lago Stinfalo, cattura il Toro di Creta, si impossessa delle cavalle antropofaghe di Diomede e raggiunge la terra delle Amazzoni per ottenere la cintura della loro regina Ippolita.
Ogni fatica sposta progressivamente i confini del suo viaggio.
Eracle si allontana sempre di più dal mondo conosciuto.
Per ottenere i buoi di Gerione deve raggiungere l’estremo Occidente. La tradizione lega proprio a questo viaggio le celebri Colonne d’Ercole, associate allo stretto che separa il Mediterraneo dall’Atlantico.
Oltre quelle colonne cominciava l’ignoto.
Ma nemmeno l’ignoto è sufficiente a fermarlo.
Una delle ultime imprese lo conduce alla ricerca dei pomi d’oro delle Esperidi.
Qui Eracle incontra Atlante, il Titano condannato a sostenere il cielo.
In alcune versioni è Atlante a recuperare i frutti mentre Eracle prende temporaneamente sulle proprie spalle il peso della volta celeste.
Per un momento, l’uomo più forte del mondo sostiene letteralmente il cielo.
Ma l’ultima fatica lo conduce ancora più lontano.
Non ai confini della terra.
Sotto di essa.
Eracle deve scendere nell’Ade e portare nel mondo dei vivi Cerbero, il mostruoso cane che sorveglia l’ingresso del regno dei morti.
È una prova completamente diversa dalle precedenti.
Gli uomini possono viaggiare fino ai confini del mondo.
Non dovrebbero poter entrare nel regno dei morti e uscirne vivi.
Eracle lo fa.
Con il permesso di Ade affronta Cerbero senza utilizzare le proprie armi, lo domina e lo conduce da Euristeo.
Ha completato l’impossibile.
Ma le dodici fatiche sono soltanto la parte più famosa di una vita mitologica immensamente più grande.
Eracle combatte mostri, sovrani e giganti. Libera Prometeo, partecipa a numerose imprese e attraversa praticamente tutto il mondo conosciuto dai Greci.
Le città rivendicano il suo passaggio.
Dinastie sostengono di discendere da lui.
Il suo mito si espande fino a diventare qualcosa di molto più vasto della storia di un singolo eroe.
Eppure nemmeno Eracle può sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni.
Anni dopo sposa Deianira.
Durante un viaggio, il centauro Nesso tenta di aggredirla. Eracle lo colpisce con una delle frecce avvelenate dal sangue dell’Idra.
Prima di morire, Nesso prepara la propria vendetta.
Convince Deianira che il suo sangue possa essere utilizzato come filtro capace di assicurare l’amore di Eracle.
La donna gli crede.
Quando, tempo dopo, teme di perdere il marito, impregna una veste con il sangue del centauro e la fa consegnare a Eracle.
Non sa che quel sangue è contaminato dal veleno dell’Idra.
Quando Eracle indossa la veste, il veleno comincia ad aggredirne il corpo.
L’uomo che nessun mostro era riuscito a sconfiggere viene consumato da qualcosa contro cui la propria forza non può fare nulla.
Il dolore è insopportabile.
Comprendendo di non poter essere salvato, Eracle fa preparare una pira funeraria sul monte Eta.
Sale sulla catasta di legna.
E attende il fuoco.
Ma per il più grande degli eroi greci la morte non rappresenta necessariamente la fine.
Secondo la tradizione, la sua parte mortale viene consumata dalle fiamme mentre quella divina ascende sull’Olimpo.
Eracle viene accolto tra gli dèi.
Persino il conflitto con Era trova infine una conclusione e l’eroe riceve in sposa Ebe, dea della giovinezza e figlia della stessa Era.
Il bambino che la dea aveva cercato di uccidere diventa così immortale.
Ma il vero fascino di Eracle non risiede soltanto nell’apoteosi finale.
Sta nel percorso che lo conduce fin lì.
La sua storia è piena di imprese straordinarie, ma anche di errori, violenza, dolore e perdita. Eracle può sconfiggere quasi qualsiasi creatura incontri e tuttavia non riesce sempre a dominare se stesso.
È contemporaneamente fortissimo e vulnerabile.
Ed è proprio questa contraddizione a renderlo diverso da una semplice figura invincibile.
Le dodici fatiche non sono soltanto un catalogo di mostri da abbattere.
Sono un percorso.
Ogni prova porta Eracle più lontano, lo costringe ad affrontare un ostacolo differente e trasforma progressivamente la punizione in qualcosa di simile a una redenzione.
Dal Leone di Nemea fino a Cerbero, Eracle attraversa simbolicamente ogni dimensione possibile: combatte sulla terra, raggiunge i confini del mondo, sostiene il cielo e infine entra nel regno dei morti.
Pochissimi eroi della mitologia greca hanno avuto un mito tanto vasto.
E pochissimi hanno esercitato un’influenza altrettanto grande.
I Romani lo avrebbero conosciuto soprattutto con il nome di Ercole. Templi e culti sarebbero stati dedicati all’eroe in diverse parti del Mediterraneo e la sua immagine sarebbe sopravvissuta nell’arte per millenni.
Clava.
Pelle di leone.
Forza sovrumana.
Bastano questi elementi per riconoscerlo ancora oggi.
Ma dietro quell’immagine c’è una storia molto più complessa.
Eracle trascorre gran parte della propria esistenza cercando di superare prove che nessun altro uomo potrebbe affrontare.
Eppure la battaglia più importante non è contro il Leone.
Non è contro l’Idra.
Non è nemmeno contro Cerbero.
È contro le conseguenze delle proprie azioni.
Eracle può sconfiggere i mostri.
Può sostenere il cielo.
Può entrare nel regno dei morti e tornare indietro.
Ma prima di diventare immortale deve imparare qualcosa che nemmeno la forza può concedergli.
Deve convivere con ciò che è stato.